La formazione “Dalle cure palliative alla Compassionate cities” – accreditata ECM per medici, infermieri, psicologi, fisioterapisti, studenti, ma aperta anche alla cittadinanza fino a esaurimento posti – propone un momento di incontro e confronto dedicato all’evoluzione delle Cure Palliative e al concetto di Compassionate Cities, un modello che promuove comunità capaci di sostenere le persone nei momenti di fragilità, malattia e fine vita.
L’evento si terrà giovedì 28 maggio 2026 alle 14.30 presso la Sala Luttazzi Magazzino 26 (Porto Vecchio, Trieste).
La prof.ssa Ines Testoni, che sarà tra i relatori della giornata, ha così commentato l’evento: “Nelle società contemporanee la morte è progressivamente rimossa dal discorso pubblico e confinata in ambiti specialistici, generando una diffusa difficoltà a elaborare la finitudine in termini condivisi e significativi. Questa censura culturale, intrecciata alla rappresentazione della morte come annientamento, alimenta isolamento, angoscia e fragilità relazionale, ostacolando la costruzione di comunità capaci di sostenere il dolore. L’intervento propone di ripensare le Città Compassionevoli come spazi etici e relazionali fondati sulla consapevolezza della finitudine, intesa non come elemento divisivo ma come principio di connessione tra individui, gruppi e comunità. In questa prospettiva, la Death Education (DeEd) emerge come dispositivo fondamentale per rendere pensabile e condivisibile l’esperienza della morte, favorendo la trasformazione delle rappresentazioni individuali e collettive: dal paradigma dell’annientamento a quello del passaggio e del significato. Attraverso un approccio interdisciplinare che integra psicologia, filosofia, etica, diritto e biodiritto, passando attraverso anche l’espressione artistica, si evidenzia come il riconoscimento della vulnerabilità costituisca il fondamento di una responsabilità reciproca, capace di tradursi in pratiche sociali e istituzionali orientate alla cura. In questo quadro, le Compassionate Communities non rappresentano soltanto modelli organizzativi, ma veri e propri dispositivi culturali che restituiscono alla comunità il compito di accompagnare la sofferenza, il morire e il lutto. La consapevolezza della finitudine diventa così una competenza relazionale e civica, in grado di generare solidarietà, senso, appartenenza che valorizza il legame democratico (i fascismi delegittimano la fragilità e il dolore per la morte), trasformando la riflessione esistenziale in risorsa condivisa che promuove una cultura della cura e della pace attraverso l’intero tessuto sociale“.
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